Un complete game di Jordan Zimmermann per rilanciare i Nationals

Reduci dallo sweep subito dai Braves, i Washington Nationals hanno trovato nei Marlins la squadra giusta da affrontare per un rapido riscatto. Jordan Zimmermann, 103 lanci e 3 runs concessi agli avversari, ha realizzato così il suo primo vero complete game, risparmiando anche l’impegno del bullpen, con i rilievi affaticati dopo l’ultimo durissimo week end. Il terza base Ryan Zimmerman (c’è una n in meno e nessuna parentela) ha guidato invece la prestazione del lineup, mettendo a segno il suo primo home run stagionale, con due hits e 4 RBI, sui 10 totali dei Nationals. Mentre in casa dei Miami Marlins la musica non sembra proprio voler cambiare. Basta un inning, il primo, per averne un’idea. Wade LeBlanc ha bisogno di 34 lanci per arrivare al terzo out, non prima di aver lasciato segnare 4 runs ai Nationals. Qualche nota positiva arriva dalla prestazione dell’esterno sinistro Chris Coghlan, con due ottime assistenze in difesa, due singoli e un RBI, ma la squadra di Miami, che ha vinto solo 2 delle 13 partite disputate, conserva saldamente l’ultimo posto nella National League East.

La notte di Los Angeles: gli A’s annientano gli Angels e i Dodgers perdono Greinke

Le otto vittorie consecutive per gli Oakland Athletics, di cui sei ottenute in trasferta, sono già un risultato notevole, se poi si considera che le ultime sono state ottenute in casa degli Angels, i favoriti della division, l’entusiasmo dei fans e l’ottimismo del manager Bob Melvin diventano quasi difficili da contenere. “You don’t want to get too greedy in this game” ha affermato il pitcher A.J. Griffin, che alla seconda partenza in stagione, dopo 8 innings e un solo run concesso all’eccellente lineup degli avversari, ha deciso che la sua partita era finita, lasciando l’ultima ripresa a Evan Scribner. Per l’attacco da segnalare le prestazioni di Yoenis Cespedes e Josh Donaldson, che con i loro home runs hanno dato un consistente contributo allo score degli A’s, per la vittoria finale col risultato di 8-1 (16 valide a 5). E se gli Angels si ritrovano a sorpresa all’ultimo posto dell’American League West, anche per l’altra squadra di Los Angeles, i Dodgers, la serata è finita male, nonostante la vittoria sui San Diego Padres. Nella parte bassa del sesto Carlos Quentin viene colpito da un lancio fuori controllo di Zack Greinke e, invece che andarsene in prima base, si scaglia proprio contro il pitcher dei Dodgers, afferrandolo per il collo e causandogli la frattura di una clavicola. Un infortunio che i Dodgers non riescono proprio a digerire. “Now we’re trying to win and one of our aces has a broken collarbone. It’s unacceptable” le parole del terza base Jerry Hairston, che ha commentato con una certa rabbia quanto accaduto sul campo.

Ogando dopo Darvish: che partenza per i lanciatori dei Rangers!

Forse gli Astros attuali non costituiscono un banco di prova di quelli definitivi, ma è innegabile che i partenti dei Texas Rangers si stanno comportando più che bene, tanto da far commentare a qualche tifoso che per la prima volta il punto di forza del team potrebbe essere proprio il pitching. Dopo che Yu Darvish ha mancato per un soffio il perfect game, anche Alexi Ogando si è dato da fare sul monte di lancio, vincendo il tirato confronto con Philip Humber, lanciatore partente degli Houston Astros. In 6 innings e 1/3 Ogando ha concesso agli avversari solo 4 valide e nessun punto, realizzando con 10 strike outs una delle sue migliori prestazioni. E se gli Astros sono rimasti a secco, uno dei protagonisti dell’attacco dei Rangers, che alla fine hanno vinto 4-0, è stato il battitore designato Lance Berkman. In quella che è stata la sua casa per tanti anni, Lance ha segnato il punto che ha sbloccato l’incontro e ha battuto un RBI double nella parte alta dell’ottavo (Ogando helps Rangers set K mark in victory).

La notte degli errori (sette) dei Pittsburgh Pirates

“La nostra peggiore partita della stagione!” Il commento del manager Clint Hurdle è l’amara conclusione di quella che per i Pittsburgh Pirates, sconfitti in casa dai Chicago Cubs per 12 a 9, è stata davvero una serata no. Di fronte a 32000 tifosi pronti a sostenerli nella corsa alla wild card i famigerati “bucs” sono riusciti invece a rianimare la squadra di Chicago, che veniva dall’ennesima serie di sconfitte. Ben 9 dei 12 runs messi a segno dai Cubs sono il frutto degli errori, ben sette, dei padroni di casa, che hanno sfiorato il loro record negativo, risalente al 1939. Tra lanci fuori controllo di A.J. Burnett e i due misplays in un solo inning dell’esterno sinistro Starling Marte, le cose si sono messe subito male. “Difficile vincere con sette errori”, l’amara dichiarazione di Andrew McClutchen, uno dei protagonisti in negativo della serata. Una parentesi che i Pirates devono ora chiudere in fretta e riprendere la loro corsa ai playoff, dove sarebbe bello rivederli competere per qualcosa di importante (Bucs commit seven errors in ugly loss to Cubs).

Il fascino sexy degli strikeouts per Tim Lincecum e i suggerimenti di Tim Hudson

Cosa c’è di più gratificante per un lanciatore che vedere il proprio avversario girare la mazza a vuoto e l’arbitro chiamare il terzo strike quando la palla finisce nel guantone del catcher? Bello, forse sexy, ma anche un vero dispendio di energie. Dopo la bella prestazione sul monte di lancio contro i Giants, Tim Hudson, l’esperto pitcher partente degli Atlanta Braves, ha voluto dare qualche consiglio al più giovane Tim Lincecum: “Non deve fare di ogni lancio uno swing-and-miss. Quando ero giovane commettevo lo stesso errore… ora insegno ai nostri ragazzi che gli strikeouts sono sexy, ma gli outs sono sempre outs, non importa come li si ottiene!” Una lezione, forse non richiesta, ma che dovrebbe far riflettere il talentuoso pitcher dei San Francisco Giants (Tim Hudson warns Tim Lincecum about relying too much on “sexy” strikeouts).

Red Sox e Dodgers si scambiano le figurine

Difficile ricordare uno scambio di giocatori così ampio. Quella portata a termine dai vertiti dei Los Angeles Dodgers e dei Boston Red Sox è stata una trattativa che ha coinvolto ben 9 giocatori. Insomma, manco fossero figurine da scambiarsi nell’intervallo delle lezioni. Adrian Gonzalez, Josh Beckett, Carl Crawford e Nick Punto voleranno verso il Pacifico, ad integrare il roster dei Dodgers, impegnati in un’appassionante corsa al Pennant e attualmente secondi dietro i San Francisco Giants. A Boston andranno invece il prima base James Loney e 4 prospetti, ancora da definire ufficialmente, ma che dovrebbero essere Allen Webster e Rubby De La Rosa, lanciatori destri, l’interno Ivan De Jesus e l’esterno – prima base Jerry Sands. Se le intenzioni dei Dodgers sono abbastanza chiare, e contingenti, merita un’ulteriore riflessione la posizione di Boston. I Red Sox, con la conclusione di quet’operazione, taglieranno il payroll di oltre 200 milioni di dollari, potranno accedere così più liberamente al mercato dei free agent, e soprattutto porre le basi per una rifondazione totale della squadra, dopo la partenza di Theo Epstein e la stagione più deludente degli ultimi 15 anni. Significative in tal senso le dichiarazioni rilasciate dal GM Ben Cherington, già proiettate al 2013, che avrà così modo di ricostruire il roster con nuovi stimoli e qualche grande nome in meno, ma senza dimenticare quel “very talented core of players”, che resta l’ossatura dei Red Sox di oggi e di domani (Dodgers, Red Sox complete blockbuster deal).

L’eredità di Jackie Robinson, 65 anni dopo quel debutto all’Ebbets Field

Il mondo del baseball festeggia oggi il Jackie Robinson Day, celebrando il 65mo anniversario del debutto con la maglia dei Brooklyn Dodgers dell’uomo che ha infranto le barriere razziali nel mondo dello sport professionistico americano, diventando la stella di una squadra delle Majors in un’epoca in cui c’erano ancora le Negro Leagues. Proprio nei campionati riservati agli afroamericani Jackie Robinson aveva debuttato con i Kansas City Monarchs. Il suo arrivo ai Dodgers fece temere un ammutinamento degli altri giocatori e furono le parole di Leo Durocher, il manager di quella squadra di fenomeni, a mettere in chiaro le cose: “Non mi interessa se il ragazzo è giallo o nero, oppure a strisce come una fottuta zebra. Io sono il manager di questo team e dico che il ragazzo giocherà!” Non mancarono le prese in giro dagli altri club, ma la classe del seconda base Jackie Robinson da Cairo, Georgia, finì col mettere tutti d’accordo. Per rivedere le immagini di quel primo incontro con la maglia numero 42 all’Ebbets Field il 15 aprile del 1947 contro i Boston Braves vi segnalo il link all’articolo di mlb.com, che oltre a mettere in luce l’importanza di aver trasformato quel giorno in un giorno di festa per tutte le leghe del baseball, segnala una serie di iniziative che raccolgono la vera eredità di Jackie e riprendono lo spirito pionieristico di quei giorni, compresa la RBI, che in questo caso è una sigla che sta per Reviving Baseball in Inner Cities (RBI, UYA, CRG embody spirit of Jackie).

Jon Niese tiene i Braves all’asciutto per 6 innings e i Mets completano lo sweep

Un avvio di stagione decisamente superiore alle attese per i New York Mets, che si sono aggiudicati tutte e tre le gare casalinghe nella serie giocata contro gli Atlanta Braves, diretti rivali nella NL East. Non ci speravo e, naturalmente, non mi faccio particolari illusioni per quello che la squadra potrà fare in campionato, ma la piacevole impressione di vedere sul diamante dei ragazzi che hanno davvero voglia di giocarsela è sicuramente un bel segnale per i tifosi. Ieri il buon Jon Niese (P, 26) ha addirittura filtrato con il no-hitter fino al settimo inning mentre l’attacco riusciva a mettere insieme 7 runs, a partire dal sacrifice fly di David Wright (3b, 30) che aveva mandato a casa base Ruben Tejada (2b, 23), autore di un doppio, nella parte bassa del primo. Nella parte alta del settimo Jon Niese ha concesso una base ball a Dan Uggla (2b, 32) costatagli dieci lanci e subito dopo Freddie Freeman (1b, 23) ha messo a segno un singolo con una ground ball passata tra le prima e la seconda base. E’ stata la valida che di fatto ha costretto il buon Niese a rinunciare al sogno di un esordio con un no-hitter, ma non ha compromesso né la sua bella prova né l’esito dell’incontro, finito 7-5  per i Mets, che ora ospiterrano i Washington Nationals, mentre i Braves voleranno a Houston per la serie contro gli Astros (Fresh off new deal, Niese leads Mets to sweep).

Craig Biggio fa da balia ai prospetti degli Astros

A dare consigli e suggerimenti alle talentuose nuove leve degli Houston Astros la scorsa settimana non c’era un coach qualsiasi, ma una delle bandiere di questa franchigia: Craig Biggio. Dopo aver giocato la sua intera carriera in MLB, dal 1988 al 2007, con gli Astros, battendo la bellezza di 3060 valide, vincendo 5 volte il Silver Slugger e 4 il Gold Glove, ancora oggi Biggio, quando non è impegnato ad allenare i ragazzi della St. Thomas High School di Houston, torna volentieri a disposizione della sua squadra, anche se si tratta di fare un viaggio all’Osceola County Stadium complex a Kissimmee, in Florida, dove gli Astros hanno la sede dello Spring Training. Desideroso di mettere la sua esperienza al servizio dei top prospects degli Astros, il buon vecchio Craig ha trascorso molto tempo con Delino DeShields, Jr (2B, 20), un ragazzo per il quale stravede e che attualmente sta completando la sua transizione da esterno a seconda base, proprio il ruolo ricoperto con grande successo da Biggio per gran parte della sua carriera (Biggio takes Astros prospects under his wing).

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Stephen Strasburg sarà il partente dei Nationals nell’Opening Day

La concorrenza tra lanciatori in casa dei Washington Nationals quest’anno, per la gioia dei tifosi, non manca affatto. Gio Gonzales (P, 27), 16 vittorie e All Star con gli Athletics nel 2011, Jordan Zimmermann (P, 26) ed Edwin Jackson (P, 29), che ha vinto il campionato coi Cardinals, erano tutti ottimi candidati per il primo posto nella rotation, ma quando Stephen Strasburg (P, 24) ha cominciato a dimostrare di essersi messo alle spalle i problemi fisici delle ultime due stagioni, il manager Davey Johnson non ha avuto dubbi. Sarà proprio il giovane Strasburg, talento da predestinato e impressionante strikeout-to-walk ratio di 116 a 19 nelle sue poche apparizioni finora in MLB, il lanciatore partente dei Nationals nell’Opening Day del 5 Aprile al Wrigley Field contro i Chicago Cubs (Strasburg to start Opening Day).

Perché il battitore designato potrebbe essere introdotto anche in National League

Grandi e piccoli cambiamenti in Major League. Dopo l’incremento delle squadre ammesse alla postseason con l’aggiunta di una wild card per lega, un’altra piccola rivoluzione si avrà nel 2013 quando gli Houston Astros lasceranno la National League Central per approdare nell’American League West. Ci saranno così 5 squadre in ognuna delle 6 divisions e 15 in entrambe le leghe. Il problema è che la raggiunta uniformità numerica potrebbe nel tempo finire con l’attenuare le altre differenze che ancora esistono e che in un certo senso contribuiscono a dare un’identità specifica alla National League e all’American League. Una di queste riguarda naturalmente il battitore designato, un ruolo finora ammesso soltanto nelle partite ospitate dalle squadre appartenenti all’American League. Uno degli effetti dell’incremento degli incontri interleague, che l’uniformità numerica delle leghe consentirà nei prossimi anni, potrebbe essere proprio quella dell’adozione del designated hitter anche nella National League. Un’eventualità che verrebbe appoggiata dagli stessi giocatori, che in questo modo otterrebbero comunque 15 posti in più da titolari di lineup e la possibilità, in alcuni casi, di prolungare i contratti. Si pensi ad atleti che, non più agilissimi in difesa, conservano ancora le loro medie in battuta o a chi, nel ruolo di battitore designato, ci gioca ormai da anni, come David Ortiz (DH, 37). Personalmente condivido invece le perplessità espresse da Tom Verducci, che sulle pagine di SportsIllustrated ha spiegato i rischi di una tale trasformazione. Pur non volendo esagerare nelle definizioni, paragonando le due regole agli scacchi e alla dama, è innegabile che in questo modo si perderebbero non solo un po’ della profondità strategica del baseball tradizionale, ma anche quei momenti, a volte banali a volte epici, nei quali i due lanciatori avversari sono costretti a guardarsi negli occhi in una sfida diretta quando uno dei due ha il suo turno in battuta (Is the designated hitter coming to a National League park near you?).

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